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Poste vince un ricorso contro Bruxelles

di Antonio Signorini*

Italia costretta a pagare 535 milioni di multa.

E il governo usa le risorse sottraendole al fondo per i debiti della Pa con le aziende.

L'Europa ci dice di pagare e a noi non resta che usare soldi pubblici, appesantendo un bilancio che la stessa Ue ci chiede di alleggerire.

Al fiocco sopra il pacco ci pensa il governo, attingendo i soldi dai creditori della Pa, categoria che avrebbe già pagato non incassando per mesi il dovuto. Problema italiano per il quale, a chiusura del cerchio, siamo sotto procedura di infrazione europea.

Il corto circuito è iniziato nelle commissioni Industria e Ambiente del Senato con emendamenti dei relatori (quindi con l'input del governo) al decreto competitività.

Consiste nel via libera allo stanziamento di 535 milioni di euro per Poste Italiane per l'anno 2014 «al fine di dare attuazione alla sentenza del tribunale dell'Unione europea in materia di aiuti di Stato». Atto dovuto, quindi.

Le Poste hanno vinto un ricorso. Era stato presentato contro la Commissione europea, quando aveva imposto al gruppo la restituzione della remunerazione per i conti correnti che il Tesoro riconosce sulla liquidità raccolta dai correntisti.

Li considerava aiuti di stato. Il tribunale europeo ha dato torto a Bruxelles e al governo tocca restituire i soldi che le Poste avevano a suo tempo trasferito alla Tesoreria dello Stato.

Il problema è che tra le coperture il governo ha visto bene di mettere un taglio al fondo per il pagamento dei debiti della Pa. Sono 410 milioni da sottrarre a quelli destinati ai creditori dello Stato e degli enti pubblici.

Copertura quantomeno bizzarra, visto che arriva a pochi giorni dalla firma del protocollo sui debiti Pa nel quale tutti i soggetti interessati, dal governo alle autonomie locali passando per banche e associazioni di impresa, si sono presi l'impegno di fare la propria parte.

Che tiri un'aria tutt'altro che favorevole verso i creditori, ieri si è capito anche dalle parole del premier Matteo Renzi. Prima ha assicurato che «entro il 21 settembre (San Matteo, ndr ) dovremmo riuscire a pagare tutti i debiti della Pubblica amministrazione».

Poi, a proposito della quantificazione dello stock del debito accumulato dagli enti pubblici, ha assicurato che il calcolo arriverà a breve e che sarà «molto meno» di 60 miliardi. Non i 70 calcolati da Bankitalia, quindi, né i 100 miliardi di Confindustria.

Il sottosegretario all'Economia Giovanni Legnini, ieri in un'intervista al Sole24Ore aveva detto che «entro settembre pagheremo i 56 miliardi già stanziati, e nella legge di stabilità affronteremo la quota mancante delle spese in conto capitale; poi, con l'entrata a pieno regime della fatturazione elettronica, supereremo l'abnormità per cui lo Stato non conosce l'ammontare dei propri debiti».

A proposito dell'emendamento: il programma di smaltimento, «non è intaccato dalla riduzione di fondi riduzione decisamente esigua se confrontata al plafond delle risorse in gioco».

Tempi duri su tutti i fronti. E le confermano fioccano da osservatori di tutti i tipi. Ieri è stato il turno del Fondo monetario internazionale che ha previsto per l'Italia una crescita allo 0,3%.

Molto meno delle previsioni ufficiali del governo, allo 0,8% (obiettivo che ieri lo stesso Renzi ha ammesso essere «molto difficile» da raggiungere). Un po' di più rispetto alla Banca d'Italia che stima uno 0,2% e a Confindustria che non nasconde il timore di una crescita piatta.

Cioè a zero. L'aggiornamento al World economic Outlook di ieri rivede molto al ribasso le previsioni fatte dallo stesso Fmi nello scorso aprile, quando calcolò un Pil allo 0,6%.

L'Italia si conferma fanalino di coda dei big Ue sul fronte della crescita. Dati alla mano, la Germania crescerà quest'anno dell'1,9%, per poi rallentare a un +1,7% nel 2015, più di quanto annunciato ad aprile; per la Francia è attesa una crescita dello 0,7% nel 2014, con un'accelerata all'1,4% nel 2015; per la Spagna, addirittura, +1,2% e +1,6%.

La ripresa è iniziata ovunque tranne che da noi. E a Renzi non resta che realizzare il suo «piano industriale» per l'Italia per fare aumentare il Pil di un punto in mille giorni. Promessa tanto difficile da mantenere quanto indispensabile.

*www.ilgiornale.it

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