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L'AquilaL’Aquila è il comune capoluogo dell'omonima provincia e della Regione Abruzzo.

Il patrono, San Massimo, si festeggia il 10 giugno.

Co-patroni: San Bernardino da Siena, Papa Celestino V, Sant'Equizio

Frazioni: elenco a parte.

Confina con i comuni di Antrodoco (RI), Barete, Barisciano, Borgorose (RI), Cagnano Amiterno, Campotosto, Capitignano, Crognaleto (TE), Fano Adriano (TE), Fossa, Isola del Gran Sasso d'Italia (TE), Lucoli, Magliano de' Marsi, Ocre, Pietracamela (TE), Pizzoli, Rocca di Cambio, Rocca di Mezzo, Santo Stefano di Sessanio, Scoppito, Tornimparte.

Situata sul declivio di un colle, alla sinistra del fiume Aterno in posizione predominante rispetto al massiccio del Gran Sasso d'Italia, l'Aquila è posta nell'entroterra abruzzese e possiede una superficie comunale di 467 km² che, su scala nazionale, la pone al decimo posto per ampiezza.

Proprio a causa dell'estensione del territorio sparso su una zona montuosa interna, L'Aquila dispone di una rete infrastrutturale e di servizi ardua e di amministrazione molto complessa: conta infatti più di dieci cimiteri, diversi depuratori, decine di complessi scolastici, quasi 3.000 km di strade e molte migliaia di chilometri di reti impiantistiche.

Parte del territorio comunale è compresa nel Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, ed alcuni punti superano i 2.000 metri di quota.

La città è ad una altitudine di 721 metri sul livello del mare che la rende terza tra i capoluoghi italiani più alti, appena dopo Enna e Potenza.

All'origine della fondazione di Aquila (oggi L'Aquila) vi sarebbe l'ordine di formare una città, nei pressi di Santa Maria di Acquili, dato negli anni '20 del Duecento, durante la lotta tra Chiesa e Impero, da papa Gregorio IX al vescovo di Forcona, al quale nel 1204 era stato riconosciuto da Innocenzo III il legittimo possesso di circa 30 tra "ville" e castelli della zona, percorsa in quegli anni dalle truppe dell'imperatore Federico II, che voleva sottomettere alla sua autorità tutti i feudatari dell'alta valle del fiume Aterno.

L'ordine venne revocato nel luglio 1229 per poi rivolgersi il papa, nel mese di settembre, agli abitanti della zona, chiedendo il versamento di una somma per la costruzione delle mura e delle case.

Sopraggiunta la pace, l'iniziativa venne portata avanti dalla popolazione della zona e ad alimentare la crescita della costruenda città contribuirono gli abitanti delle vicine Amiterno e Forcona, trasferendovisi.

Quando ci si preoccupò nel 1253 di ottenere l'autorizzazione alla costruzione della città da parte dell'imperatore Corrado IV ad essa mancava solo il completamento.

Nel 1257 da Forcona vi risulta pure trasferita la sede vescovile.

Aquila, assediata ed incendiata nel 1259 da re Manfredi, che l'accusava di simpatie guelfe, nel 1268 già era stata ricostruita per concessione di Carlo d'Angiò dietro interessamento papale. Secondo la tradizione furono 99 i castelli che si unirono per formare la città ed ognuno di essi volle avere la propria piazza, con relative chiesa e fontana.

Città di frontiera, la "porta del Regno", edificata poco a sud della biforcazione tra la via Cecilia e la Clan-dia Nova, colmata di privilegi dai sovrani angioini, prosperò grandemente per la celebre "Via degli Abruzzi", arteria commerciale e militare, tratto dell'itinerario che collegava Napoli a Firenze, della quale era nodo ancora più importante di quello di Sulmona, divenendo città popolosa, ricca e potente, la seconda del Regno, e intrecciando rapporti commerciali con le nazioni d'oltralpe, le sue merci principali, la lana delle grandi greggi transumanti e lo zafferano.

Nonostante la pestilenza del 1356, le lotte di confine con Rieti, le contese interne per il potere tra opposte fazioni nobiliari, i riflessi dei conflitti per la successione al regno, nel corso dei quali dovette subire l'assedio di Braccio da Montone (1423-1424), si mantenne prospera per tutto il Quattrocento: fervido centro culturale, ebbe la prima tipografia della regione, e vi si svilupparono le arti come tuttora testimonia il suo ricco patrimonio.

La ribellione a Carlo V durante la guerra franco-spagnola segnò l'inizio della sua decadenza: taglieggiata, privata dei privilegi e spogliata dei numerosi castelli che formavano il suo Contado, concessi ai capitani delle truppe imperiali (1529).

Nel 1703 venne funestata da un terribile terremoto: con la ricostruzione si ebbe quella splendida fioritura dell'edilizia civile e religiosa che, insieme al patrimonio edilizio medievale e rinascimentale, oggi ne fa uno dei gioielli dell'Italia centro-meridionale.

Il territorio dove sorge L'Aquila fu abitato fin nei tempi più antichi.

Prima della conquista da parte di Roma, tutta la valle dell'Aterno fu luogo di insediamento per i Sabini e per i Vestini, i cui territori confinavano proprio nel punto dove in futuro sarebbe sorta la città.

Dopo la conquista dei Romani, avvenuta nel III secolo a.C., nella località che corrisponde all'odierna San Vittorino, pochi chilometri ad ovest dell'Aquila, venne fondata la città di Amiternum, di cui, ancora oggi, possiamo ammirare i resti: un teatro e un anfiteatro che testimoniano l'importanza assunta nel tempo dalla città.

Qui nacque uno dei maggiori storici romani, Sallustio, di cui oggi è presente una statua in Piazza Palazzo.

Fu sede di diocesi insieme alle vicine città di Forcona e Pitinum.

In seguito, sopravvissuta alla caduta dell'Impero Romano d'occidente, Amiternum visse un periodo di grande decadenza, fino a scomparire completamente nel X secolo.

Nel frattempo, il territorio aquilano era stato inglobato nel longobardo Ducato di Spoleto e venne per la prima volta scisso dall'Abruzzo meridionale che era, invece, sotto il controllo del Ducato di Benevento, con numerose ripercussioni sull'economia della zona.

Una delle attività economiche principali delle terre che costituiranno la futura città era, infatti, l'allevamento ovino, che comportava la transumanza, cioè l'annuale spostamento delle greggi, che venivano portate a svernare nel Tavoliere delle Puglie.

Con la divisione dell'Abruzzo la transumanza diventò una pratica certamente meno agevole, provocando la decadenza economica del territorio.

La rinascita economica del territorio avverrà solo dopo l'anno mille con l'arrivo dei Normanni.

Si assiste ad una ritrovata stabilità, grazie anche alla riunificazione di tutto l'Abruzzo, conquistato da re Ruggero II tra il 1139 e il 1153.

Durante il periodo normanno si assiste al fenomeno dell'incastellamento, di cui sono esempio e testimonianza, ancora oggi visibili, il castello di San Pio delle Camere e il castello di Ocre; quest'ultimo occupava una posizione strategica nella vallata dell'Aterno ed era proprietà dei conti dei Marsi.

Un altro importante fattore di sviluppo economico fu la diffusione delle abbazie cistercensi, tra cui quella di Santo Spirito d'Ocre.

Nel 1229 gli abitanti dei castelli del territorio decidono di ribellarsi alle vessazioni dei baroni feudali, e si rivolgono a papa Gregorio IX per ottenere il permesso per la costruzione di una nuova città.

L'accordo con il papa, però, non viene raggiunto, così soltanto nel 1254, l'imperatore Corrado IV, figlio di Federico II di Svevia, emanerà il Diploma con cui venne autorizzata la nascita della città.

Le vicende della fondazione dell'Aquila sono raccontate da Buccio di Ranallo da Poppleto, autore di una "Cronica" rimata che narra la storia della città dal 1254 fino al 1362, l'anno precedente la sua stessa morte.

Ricchissime testimonianze sulla storia dell'Aquila e del territorio abruzzese sono riportate nei manoscritti dello storico settecentesco Anton Ludovico Antinori .

Controverse sono le notizie riguardanti il numero dei castelli che contribuirono alla fondazione della città: la tradizione vuole che siano stati novantanove, ma è più probabile che il numero effettivo si aggirasse intorno alla sessantina.

A ricordo della fondazione, la campana della Torre Civica, la Reatinella, batte ancora oggi 99 rintocchi ed il primo grande monumento della città, la fontana delle 99 cannelle, sembra contribuire all'alimentazione di questa leggenda.

La Reatinella è una piccola campana della Torre del municipio, così chiamata poiché nel 1418 venne trafugata dai reatini uomini de " La Foresta ", come viene riportato dai registri presenti all'archivio vescovile di Rieti, per essere recuperata dagli aquilani 197 anni più tardi.

Veniva utilizzata per assolvere a funzioni civili quali le adunanze dei consigli cittadini, segnare la cessazione della vendita del pesce, dell'apertura e chiusura del mercato, della apertura e chiusura delle porte, ecc..

La campana seguì la sorte di numerose altre campane della città, venendo fusa nel Cinquecento dagli spagnoli al seguito di Don Pedro da Toledo per punire la rivolta della città e il metallo fu utilizzato per produrre i pezzi di artiglieria per il forte spagnolo.

La Reatinella fu fatta cadere dalla torre il 6 febbraio 1545.

La città venne chiamata Aquila dal toponimo del luogo in cui fu fondata (Accula) e perché il nome richiamava l'insegna degli Hohenstaufen, un'aquila, appunto.

Successivamente divenne Aquila degli Abruzzi e infine, nel 1939, per decreto del Ministero dell'Interno, prese il nome odierno di L'Aquila.

L'Aquila è una città unica nel Medioevo italiano, essendo nata secondo un disegno armonico senza precedenti nella storia dell'architettura urbana, un caso simile, nel 1703, fu la nascita di San Pietroburgo.

Costituita dall'unione di molti villaggi, è suddivisa in piccoli quartieri, generalmente una piazza, una chiesa e una fontana, ognuno dei quali rimanda al villaggio-madre.

Riconosciuta ufficialmente nel 1254, con il diploma di fondazione del re svevo Corrado IV, nacque per interessi molteplici ma, soprattutto, in funzione antifeudale, per volontà degli abitanti dei castelli del contado che intendevano affrancarsi dalle pesanti vessazioni cui erano sottoposti.

Gestita da un podestà e da un libero consiglio, ebbe organizzazione autonoma e propri statuti.

Dopo la morte del re nel 1254 che aveva legittimato la nascita della città in senso ghibellino, papa Alessandro IV vi trasferì la sede episcopale da Forcona, nel 1257, riportandola nell’ambito guelfo.

La risposta di Manfredi, figlio naturale di Federico II di Svevia, che mirava come suo padre alla conquista di un predominio assoluto in Italia, non tardò ad arrivare: fattosi eleggere dai baroni re di Sicilia, nel 1258, appena un anno dopo distrusse completamente L’Aquila per punire la sua scelta guelfa.

Nel 1259, colpevole di essere rimasta fedele alla Chiesa nella contesa tra papato ed impero, fu punita e rasa al suolo da Manfredi.

Venne ricostruita nel 1265 per mano di Carlo I d'Angiò, chiamato in soccorso della Chiesa, minacciata dagli Svevi e dalle incursioni dei saraceni, dal Papa francese Jacques Pantaleon de Troyes, eletto al soglio pontificio, a Viterbo, con il nome di Urbano IV.

La città dell'Aquila riconoscente, si sottomise spontaneamente al nuovo conquistatore, riacquistando prestigio e preminenza.

Dopo la battaglia di Benevento (1266) che pose fine alla dominazione di Manfredi, la città fu ricostruita da Carlo I d’Angiò.

Alla ricostruzione, o meglio rifondazione, concorsero vari fattori, tra cui il desiderio degli abitanti dei castelli di ripetere l’esaltante esperienza della liberazione cittadina e l’interesse del re angioino di disporre di una città fedele ai confini del regno, così da fortificare ulteriormente quest’ultimo, rendendolo autonomo dalle ricorrenti pressioni del papa.

In occasione della battaglia di Tagliacozzo (1268) che vide la definitiva sconfitta degli Svevi e della loro politica imperialistica, gli aquilani appoggiarono re Carlo che in cambio offrì protezione e riconoscenza all’Aquila, favorendo la sua rapida crescita.

Nel 1288 l'eremita Pietro da Morrone, decise di edificare all'Aquila la basilica di Santa Maria di Collemaggio, capolavoro dell'arte romanica e monumento simbolo della città.

Proprio nella basilica da lui fortemente voluta, l'eremita venne incoronato papa con il nome di Celestino V il 29 agosto 1294.

Nell'agosto del 1294, Celestino V emanò una Bolla con la quale concedeva un'indulgenza plenaria e universale a tutta l'umanità. Bolla ancora oggi valida, che anticipò di sei anni l'introduzione dell'anno santo, avvenuta per volere di papa Bonifacio VIII nel 1300 e può essere quindi considerato il primo giubileo della storia.

La Bolla del perdono di San Pietro Celestino, oggi nota come la Bolla della Perdonanza, poneva come condizioni per l'ottenimento del perdono: l'ingresso nella basilica nell'arco di tempo compreso tra le sere del 28 e del 29 agosto di ogni anno e l'essere "veramente pentiti e confessati".

La porta di Celestino V, situata sul lato settentrionale della basilica è dunque a tutti gli effetti una Porta Santa.

La ricostruzione della città seguì un piano urbanistico del tutto particolare che essa conserva ancora oggi nel centro storico, nonostante le numerose modifiche subite nei secoli.

Ad ogni castello che aveva contribuito alla fondazione fu assegnato nell’area urbana un “locale”, cioè uno spazio proporzionale al numero degli abitanti.

In esso, tutti coloro che dal castello si fossero trasferiti in città avrebbero potuto edificare le proprie case e la propria chiesa, che nell’intitolazione doveva ripetere quella del luogo di origine.

Il prospetto dell’edificio sacro doveva affacciare su una piazza con fontana centrale, così come il palazzo nobiliare della famiglia emergente.

In questo modo gli abitanti dei castelli ricostruirono nello spazio urbano la loro comunità, divenendo cittadini aquilani senza rinunciare alla cittadinanza dei villaggi d’origine.

L’Aquila divenne un’unica realtà con il territorio circostante.

A ricordo dei castelli che, nel numero leggendario di 99, contribuirono alla fondazione della città, nel 1272 fu edificata la fontana delle Novantanove Cannelle, il più antico monumento civile aquilano superstite.

In seguito, L’Aquila fu divisa in quattro quarti o quartieri, facenti capo alle chiese-colleggiate dette “capo di Quarto” dei locali più importanti.

L’articolazione in quarti riguardò anche il territorio: San Pietro (Coppito) e San Giovanni (Lucoli), ora San Marciano, compresero il vecchio territorio di Amiterno; Santa Maria (Paganica) e San Giorgio (Bazzano), ora Santa Giusta, compresero il territorio di Forcona.

La particolare situazione aquilana fu riconosciuta ufficialmente da Carlo II d’Angiò con diploma del 28 settembre 1294, emanato a breve distanza dall’incoronazione papale di Celestino V.

In quel periodo in città erano in costruzione circa trenta chiese, tra cui la grandiosa Basilica di Collemaggio.

L’indulgenza di Celestino e l’unificazione amministrativa concessa da Carlo II contribuirono notevolmente alla crescita economica della città che, con la successiva istituzione di una fiera annuale in concomitanza della Perdonanza, entrò nel grande circuito commerciale europeo.

Lo sviluppo del volume degli affari e l’aumento della circolazione del denaro, fecero sì che nel XIV secolo le fosse addirittura concesso il privilegio di battere moneta.

Come gli altri Comuni italiani, L’Aquila continuò, tuttavia, ad essere teatro di lotte interne ed esterne, la più dura delle quali ebbe luogo tra il 1423 e il 1424, nell’ambito dell’intricata successione dinastica angioina.

In quell’occasione, la città fu assediata per tredici mesi dal capitano di ventura Fortebraccio da Montone, che voleva farsene signore spinto da Alfonso d’Aragona.

Stremata dalle lotte riuscì tuttavia a vincere, sopravvivendo come Libero Comune e riconquistando l’antico splendore.

La sua prosperità non mutò con l’avvento degli Aragonesi (1442), quando divenne la seconda città del Regno di Napoli, fiorente negli scambi commerciali e culturali con le più importanti città italiane e straniere.

In questo periodo, protagonisti della storia aquilana con la loro potente opera religiosa e civile furono San Bernardino da Siena, San Giacomo della Marca e San Giovanni da Capestrano: le spoglie del santo senese sono conservate nella splendida basilica a lui intitolata, edificata a partire dal 1454, quattro anni dopo la sua canonizzazione.

L’Aquila si contraddistinse anche per una notevole vivacità culturale e, nel 1458, Ferrante d’Aragona le concesse la licenza di aprire uno Studio che doveva avere le stesse prerogative delle più antiche sedi universitarie.

La dominazione spagnola del XVI secolo interrompe drasticamente il periodo di splendore e L’Aquila si avvia verso un lento declino dal quale risorge solo in epoca moderna.

Il primo consiglio cittadino fu composto dai sindaci dei vari villaggi e la città non ebbe una propria esistenza giuridica riconosciuta fino al regno di Carlo II di Napoli, che nominò un Camerlengo come responsabile dei tributi.

Da quel momento, le tasse furono pagate da tutta la città in quanto tale, mentre, in precedenza, erano pagati dai singoli villaggi.

In questo periodo L'Aquila fu teatro di una serie di violente lotte tra alcune delle famiglie che si contendevano il potere, tra cui è opportuno citare i Pretatti e i Camponeschi.

La contesa durò circa un decennio con la vittoria di questi ultimi.

Successivamente, il Camerlengo acquisì anche il potere politico, divenendo presidente del consiglio cittadino, che ebbe vari nomi e composizione nel corso dei secoli.

La città, autonoma, anche se compresa nel regno di Sicilia, poi regno di Napoli, salvo un breve periodo in cui fece parte dello Stato Pontificio, fu governata da una diarchia composta dal consiglio e dal capitano regio, cui si aggiunse, nel XIV secolo proprio il conte Pietro Camponeschi che, da privato cittadino, divenne il terzo membro di una nuova triarchia.

La città dell'Aquila sorge su uno dei territori a alta sismicità della penisola italiana e, fin dalla sua fondazione, è stata funestata molte volte da eventi tellurici.

Il primo terremoto di cui si abbia notizia risale al 13 dicembre 1315.

Un forte terremoto si verificò il 9 settembre 1349: si stima che abbia avuto un'intensità pari a magnitudo 6,5 della Scala Richter e che abbia prodotto danni valutabili nel X grado della Scala Mercalli.

Furono sbrecciati e atterrati ampi tratti delle mura cittadine e crollarono moltissime case e chiese.

Le vittime furono ottocento e, poiché all'epoca gli abitanti dell'Aquila erano meno di diecimila, si trattò di quasi il 10% della popolazione.

La gran polvere che si alzò gravò sulla città per molto tempo, impedendo il salvataggio repentino di coloro che erano stati travolti dalle macerie.

La difficile e laboriosa ricostruzione scoraggiò una parte della popolazione, che preferì tornare ai villaggi e castelli dai quali erano venuti i loro avi.

Di fronte all'esodo massiccio della popolazione e alla conseguente prospettiva di veder prematuramente cancellata L'Aquila dalle città del Regno, Camponeschi fece presidiare le mura cittadine e ne fece chiudere con tavoloni di legno le brecce.

Contemporaneamente, le vicende politiche stavano trascinando Aquila verso una sanguinosa guerra.

La città, rimasta fedele alla casa angioina, appoggiò il casato francese e venne, quindi, individuata come obiettivo sensibile durante la guerra tra i D'Angiò e gli aragonesi.

Questi ultimi assoldarono Braccio Fortebraccio da Montone, promettendogli la signoria di Aquila nel caso in cui fosse riuscito a prenderla.

Dopo un anno di assedio (1423-1424) Aquila, anche se stremata ed esausta, ne uscì vincente: si affrancò così dal potere regio e rafforzò il suo ordinamento sociale che venne liberato dai vincoli feudali, preparandosi così ad un periodo di rinascita.

Il quattrocento corrisponde all'età d'oro della città dell'Aquila.

Dopo la ricostruzione, prosperò per i suoi commerci, specialmente della lana, estendendo le proprie relazioni fino a Firenze, Genova e Venezia e, ancora oltre, in Francia, Olanda e Germania, diventando in breve tempo la città più importante del Regno dopo Napoli.

Nel 1428 ricevette da Ferdinando d'Aragona il privilegio della Zecca, mentre è del 1458 l'istituzione della Università destinata a conseguire grande rinomanza.

Nel 1482 Adamo da Rottweil, allievo di Johann Gutenberg, vi impiantò una tipografia, assicurando larga diffusione di opere preziose.

In questo tempo la città fu famosa anche per la prolungata dimora di tre grandi santi francescani: San Bernardino da Siena, San Giovanni da Capestrano e San Giacomo della Marca.

Alla morte di San Bernardino, avvenuta il 20 maggio 1444 proprio qui, la cittadinanza chiese e ottenne da papa Eugenio IV il permesso di custodirne le spoglie.

Venne così edificata la monumentale basilica di San Bernardino.

Le guerre con Rieti, le lotte intestine tra famiglie e i continui terremoti determinarono, sul finire del secolo, l'inizio di una nuova decadenza.

Il 26 novembre 1461 si verificò un nuovo violento sisma di intensità stimata in magnitudo 6,4 della Scala Richter e distruttività pari al X grado della Scala Mercalli.

Successivamente alla scossa principale del 26 novembre, seguì una serie di eventi sismici che si protrassero per circa due mesi, con ulteriori forti scosse il 4, il 17 dicembre, 3 e il 4 gennaio successivi.

Le fonti riportano della pressoché totale distruzione di Onna, Poggio Picenze, Castelnuovo e Sant'Eusanio Forconese.

Nel frattempo, il Regno di Napoli, e con esso Aquila, era passato agli Aragonesi.

Nel 1527 la cittadinanza aquilana si ribellò all'invasore provocando la rappresaglia spagnola. Il viceré Filiberto d'Orange la devastò e la separò dal suo contado.

Inoltre, inflisse una multa pesantissima, che superava ogni possibilità degli aquilani e con questo denaro contribuì alla costruzione dell'immenso Forte spagnolo sul cui portale campeggia la scritta Ad reprimendam aquilanorum audaciam, ovvero "per la repressione dell'audacia degli aquilani", minaccioso avviso, finalizzato a scoraggiare ogni possibile successiva ribellione. In seguito, la città tentò faticosamente di rialzarsi, ma la sua ripresa venne certamente rallentata dai terremoti del 1646 e del 1672.

Nel settecento la città fu interessata da uno sciame sismico, che culminò con un violentissimo terremoto che, ancora una volta, la rase al suolo.

La prima scossa della lunga sequenza si verificò il 14 ottobre 1702, ma la maggiore venne registrata il 2 febbraio del 1703 e si stima che abbia avuto una magnitudo 6,7 della Scala Richter causando devastazioni stimate nel X grado nella Scala Mercalli.

Quasi tutte le chiese e gli edifici pubblici cittadini crollarono o riportarono gravissimi danni.

Si stima che nelle varie scosse che colpirono la città, quell'anno siano morte oltre 6.000 persone.

Le chiese di San Bernardino, rimasero in piedi solo il coro, la facciata e le mura laterali.

San Filippo, la Cattedrale di San Massimo, San Francesco, Sant'Agostino e tutti i palazzi della città risultarono rasi al suolo oppure pesantemente danneggiati.

La gente sopravvissuta abbandonò la città in quanto ritenuta troppo rischiosa.

Fu ricostruita dalla tenace volontà dei pochi abitanti rimasti e ripopolata per volontà di papa Clemente XI, il quale, ritenendo che la città dovesse rinascere a tutti i costi, dispose che fossero inviati preti e suore spogliatisi del loro sacro vincolo a contribuire alla rinascita della città.

Aquila, tuttavia, non riacquistò mai più l'antico splendore.

La ricostruzione avvenne secondo lo stile dell'epoca, il barocco.

A questo periodo risale la costruzione della Chiesa delle Anime Sante con la cupola del Valadier e degli interni delle basiliche di San Bernardino e Santa Maria di Collemaggio.

La pace di Vienna (1738) pose fine alla dominazione spagnola, successivamente la città venne occupata dai francesi.

Anche questa volta, un'insurrezione provocò la reazione dei dominatori ed Aquila venne di nuovo devastata e saccheggiata. In particolare, a questo periodo risale il furto del dipinto dell'Annunciazione di Raffaello, contenuto nella Chiesa di San Silvestro e dell'urna contenente le spoglie di San Bernardino, custodita all'interno della basilica omonima.

Durante il Risorgimento gli aquilani parteciparono attivamente ai moti, sotto la guida di Pietro Marrelli, che il 20 novembre del 1860 ospitò all'Aquila, nel Convento di San Giuseppe, il Mazzini in persona.

Con l'unità d'Italia, la regione Abruzzi, comprendente anche l'odierno Molise, ha capoluogo nella città di Aquila.

In quell'occasione il nome della città fu modificato in Aquila degli Abruzzi (1861).

Nel 1927, la nascita della Provincia di Rieti comporta il trasferimento nel Lazio dei comuni di Accumoli, Amatrice, Antrodoco, Borbona, Borgocollefegato, Borgo Velino, Cantalice, Castel Sant'Angelo, Cittaducale, Cittareale, Fiamignano, Lugnano di villa Traiana (ora Vazia, frazione di Rieti), Leonessa, Micigliano, Pescorocchiano, Petrella Salto e Posta per un totale di 1362 km² e 70.000 abitanti circa.

La perdita del cosiddetto Circondario di Cittaducale dimezza l'hinterland di Aquila degli Abruzzi e ne scalfisce l'egemonia regionale.

La città di "Aquila", divenuta nel tempo "Aquila degli Abruzzi", ha cambiato ufficialmente nome durante il regime fascista.

Il regio decreto n°1891 del 23 novembre 1939 introdusse l'articolo, maiuscolo, e l'apostrofo, modificando il nome della città in "L'Aquila degli Abruzzi", dicitura che poi si è semplificata, in seguito alla divisione di Abruzzo e Molise, in "L'Aquila".

Il recente cambiamento di denominazione ha creato una ambiguità linguistica sulla correttezza delle espressioni "dell'Aquila", "di L'Aquila" o "de L'Aquila".

In realtà, nello stesso decreto del 1939, è stato definito come nome ufficiale della provincia quello di "Provincia dell'Aquila", cosa che elimina ogni possibile dubbio.

Nel 1970 nasce ufficialmente la Regione Abruzzo.

La scelta iniziale di situare il capoluogo amministrativo a Pescara provoca la reazione furibonda degli aquilani.

Ne conseguono disordini e scontri di piazza, i cosiddetti Moti dell'Aquila.

Alla fine viene riconosciuto alla città il ruolo di capoluogo unico dell'Abruzzo consentendo però alla Giunta e al Consiglio regionali la possibilità di riunirsi anche a Pescara.

Terremoto del 6 aprile 2009

Il 6 aprile 2009, alle ore 3:32, dopo diversi mesi di lievi scosse localizzate e percepite in tutta la zona dell'aquilano, L'Aquila è colpita da un terremoto di magnitudo 6.3 Mw (5.9 Ml secondo la scala della magnitudo locale, nota anche come "Scala Richter", oramai poco usata) e tra l'8º e il 9º grado di distruzione della Scala Mercalli, con epicentro situato tra le località di Roio e Pile[24]. Il bilancio finale è stato di 308 vittime ed oltre 1.500 feriti, mentre la quasi totale evacuazione della città ha portato a 65.000 il numero degli sfollati.

Nei giorni successivi al sisma principale altre forti scosse, pur se di intensità minore, hanno colpito l'aquilano: una forte scossa di magnitudo 5.6 Mw alle ore 19.47 del 7 aprile 2009, una di magnitudo 5.4 Mw alle ore 2:52 del 9 aprile 2009 ed una di 5.2 Mw alle ore 21:38 del 9 aprile 2009.

Il sisma ha riversato la sua forza sull'abitato e sui paesi limitrofi, tra i quali Onna, Roio, Villa Sant'Angelo, Castelnuovo, Tempera, San Gregorio e Paganica. Il capoluogo stesso presenta crolli anche totali in molte zone e gravissimi danni alla maggior parte degli edifici di valore storico e culturale.

Le chiese principali risultano gravemente danneggiate o quasi completamente crollate.

Particolare rilevanza ha avuto la mancata resistenza e quindi il danneggiamento talvolta irreversibile della maggioranza degli edifici pubblici, sia antichi che moderni: ad esempio il moderno polo d'Ingegneria, il Palazzo del Governo (sede della Prefettura), la Casa dello studente di via XX Settembre, l'ospedale San Salvatore e molti palazzi signorili del Settecento e dell'Ottocento.

Vedi anche: L'Aquila e le sue frazioni; L'Aquila: Monumenti, personalità, tradizioni; L'Aquila, la Signora degli Appennini; L'Aquila, una storia lunga secoli

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